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Supposto sapere tutto

Immagine del redattore: Tommaso Lonquich
Tommaso Lonquich
1 giorno fa
Tempo di lettura: 14 min

L’IA attraverso i tre registri · 2 di 3 · Il Simbolico

Il secondo di tre articoli che leggono l’intelligenza artificiale attraverso i tre registri dell’insegnamento di Lacan (l’Immaginario, il Simbolico e il Reale). Questo parla del linguaggio, della credenza e dell’Altro.



«Ti legge nel pensiero e ti ama». Joe Rogan, sull’intelligenza artificiale (2025)1

Joe Rogan lo ha detto in un podcast nel novembre 2025, dopo essersi chiesto ad alta voce se Gesù, qualora tornasse, non tornerebbe sotto forma di intelligenza artificiale: «che cosa c’è di più vergine di un computer?».2 Un amore vergine, senza godimento, senza l’incontro erotico di due corpi. Non è il luogo dove ci si aspetterebbe di trovare una definizione del transfert, il nome che Freud diede all’amore (e talvolta all’odio) che i pazienti arrivano a provare per il loro analista, fatto di legami più antichi. Lacan lo ricondusse a un’unica condizione, la supposizione che l’altro sappia. «Ti legge nel pensiero e ti ama»: si suppone un sapere (ti legge nel pensiero), e sorge l’amore (ti ama).



Un posto, non un volto


Joseph Bernstein, che cita Rogan in un lungo articolo per il New York Times, raccoglie indizi di come la gente abbia cominciato a trattare i chatbot alla stregua di qualcosa di divino. Il fondatore di un chatbot da indossare, chiamato Friend, ha detto all’Atlantic che «la cosa più simile a questo rapporto è parlare con un Dio». L’antropologo Webb Keane colloca i chatbot in una lunga serie di medium che risale fino all’oracolo di Delfi. All’estremo si trova quella che oggi viene chiamata «psicosi da chatbot», che Bernstein paragona al folle che sostiene di ricevere direttamente le istruzioni di Dio. La sua spiegazione è quella classica: antropomorfizziamo. Lucy Suchman descrisse questa tendenza nel 1985 come «la propensione ad attribuire un’intelligenza piena sulla base di indizi parziali».3

Alla macchina, però, prestiamo un posto prima di prestarle un volto umano. Nel 1966 Joseph Weizenbaum, al MIT, presentò ELIZA, un breve programma che imitava uno psicoterapeuta rivolgendo all’utente le sue stesse frasi in forma di domanda. Non capiva nulla, e il suo autore non sostenne mai il contrario. Eppure Weizenbaum ricordava che la sua segretaria, «che mi aveva visto lavorare al programma per molti mesi e che dunque sapeva di certo che si trattava semplicemente di un programma per computer, cominciò a conversare con lui. Dopo pochi scambi, mi chiese di uscire dalla stanza».4 Sapeva benissimo che lì non c’era nessuno. Voleva comunque restare sola con lui. Lo psicoanalista Octave Mannoni diede a questo atteggiamento la sua formula: «So bene, ma comunque».5

Nelle parole di Lacan: «Non appena c’è, da qualche parte, il soggetto supposto sapere [...] c’è transfert».6 Il transfert non ha bisogno di un soggetto che sappia, ma soltanto di un posto in cui si supponga il sapere; e l’amore, come Rogan ha capito, viene con esso. ELIZA aveva un posto e pochi trucchi. Le macchine del 2026 sono state addestrate su più testi di quanti una persona potrebbe leggerne in duecentomila anni, e rispondono nella nostra lingua, a qualunque ora, senza esitare.7 Sarebbe strano se non venissero amate.



Una macchina che va da sola


Anche la psicoanalisi cominciò con una macchina. Il 20 ottobre 1895 Freud, che aveva allora trentanove anni, scrisse all’amico Wilhelm Fliess a proposito della psicologia neurologica che stava costruendo, il manoscritto che oggi chiamiamo Progetto: «Tutto sembrava andare a posto, gli ingranaggi combaciavano, avevo l’impressione che la cosa fosse ormai davvero una macchina che presto sarebbe andata da sola».8 Sessant’anni dopo, in un seminario che dedica diverse sedute a quello stesso manoscritto, Lacan precisò: «La macchina è la struttura, ma staccata dall’attività del soggetto. Il mondo simbolico è il mondo della macchina».9

Il Simbolico, per Lacan, è l’ordine del linguaggio, delle leggi e della parentela in cui ciascuno di noi nasce. Funziona da solo, combinando i suoi elementi secondo regole, e ne siamo parlati prima di parlare. Nel giugno 1955 Lacan tenne una conferenza su psicoanalisi e cibernetica, e poco dopo disse nel suo seminario che la macchina «è unicamente la successione dei piccoli 0 e dei piccoli 1», sicché la questione se sia umana o no è decisa: non lo è. «Solo che si tratta di sapere se l’umano, nel senso in cui lo intende lei, sia più umano di tanto».10

Settant’anni dopo, il modello linguistico ha trasformato in industria l’intuizione di Lacan secondo cui il linguaggio funziona come una macchina e va avanti senza soggetto. Lacan aveva già chiuso la via d’uscita più facile: «Non si può risolvere la questione dicendo semplicemente che ce l’ha messo il costruttore».11 Ciò che il costruttore ci avrebbe messo è quanto la macchina produce o organizza: un risultato in apparenza dotato di senso, che non si lascia spiegare del tutto risalendo alle intenzioni del costruttore. Le macchine che parlano come noi confermano ciò che la psicoanalisi aveva osservato negli esseri parlanti: che il linguaggio ha sempre potuto parlare senza di noi, e che buona parte di ciò che chiamiamo i nostri pensieri è sempre stata tessuta da una macchina di questo genere.



Nient’altro che senso


L’opinione corrente vuole che le macchine producano statistica e noi senso: il chatbot si limita a prevedere la parola successiva, mentre noi vogliamo dire ciò che diciamo. Eppure la macchina non produce altro che senso. Le si chieda qualsiasi cosa: la risposta arriva fluida, plausibile, ben organizzata e soprattutto sensata, un discorso che va avanti da solo e non gode di nulla. Il suo nonsenso, quando c’è, è accidentale. Non produce il non-senso che interessa l’analisi: il lapsus, il sogno, il sintomo, quel frammento di parola che non torna e che, proprio per questo, porta la verità di un soggetto. La scommessa di Freud era che questi frammenti non fossero mai casuali: «Non esiste però nulla di arbitrario, di indeterminato nello psichico».12

Si obietterà che le macchine sbagliano: le famose allucinazioni. Nel 2023 due avvocati di New York depositarono una memoria che citava sentenze inesistenti, tutte fornite da un chatbot; quando uno dei due gli chiese se una di queste esistesse davvero, il chatbot rispose che il caso «esiste effettivamente e si può trovare in banche dati di ricerca giuridica come Westlaw e LexisNexis».13 Oggi i chatbot possono cercare sul web e citare le loro fonti, eppure nel giugno 2026 una banca dati di questi episodi contava più di mille casi soltanto nei tribunali americani.14 Un’allucinazione somiglia a un lapsus, ma ne è il contrario. Freud ha mostrato che un lapsus non è un fallimento ma la riuscita di un’altra intenzione: qualcosa che il parlante non voleva dire, e che dice più di quanto volesse dire. L’allucinazione di un modello linguistico, invece, è una frase del tipo atteso, messa dove mancava quella vera: un precedente con un nome convincente. Questi modelli compongono una risposta parola per parola, e ogni parola viene estratta a sorte tra quelle che con ogni probabilità verranno dopo; inoltre sono stati addestrati, secondo l’immagine di alcuni ricercatori di OpenAI, come studenti che tirano a indovinare a un esame perché una risposta in bianco non dà punti.15 La macchina non aveva mentito né commesso un lapsus: aveva prodotto ciò che aveva senso. La verità che un errore del genere può rivelare appartiene a chi lo legge, sotto l’incantesimo del transfert.

La gente chiede già ai chatbot di interpretare i propri sogni, e la macchina li accontenta senza risparmio, trovando un senso per ogni dettaglio. Freud, che inventò il metodo, si fermava in un altro punto: anche il sogno meglio interpretato, scrisse, ha un passaggio che occorre lasciare all’oscuro, «l’ombelico del sogno, il punto in cui esso affonda nell’ignoto».16 Un’interpretazione che non incontra mai il suo ombelico è più vicina a un oroscopo.

Il chatbot dice «io». L’«io» dell’IA è un personaggio che è stato addestrato a interpretare, un io artificiale (in inglese la I di AI), e si spiega con grande sicurezza: quando gli è stato chiesto come avesse sommato 36 e 59, un modello ha descritto il metodo del riporto che si insegna a scuola, mentre i ricercatori che hanno ricostruito il suo funzionamento interno hanno scoperto che aveva fatto tutt’altro.17 La psicoanalisi non se ne stupirebbe, poiché anche l’io dà ragioni di ciò che non ha deciso. Ciò che manca è un soggetto, qualcuno che possa essere sorpreso dalle proprie parole. Certo, a una macchina si può dire qualcosa di vero. La gente racconta ai chatbot ciò che non ha mai raccontato a nessuno, e una parte è senz’altro vera. Ma non c’è nessuno che la ascolti. Per essere ascoltata, nel senso analitico, una frase ha bisogno di qualcuno che possa esserne sorpreso, che noti la parola sfuggita e che non si affretti a riempire il silenzio di senso. Pochi ascoltatori umani ascoltano così: non è un dono della specie, ma qualcosa che si può imparare in un’analisi personale.18



Un dio chiamato Logos


Quasi cento anni fa Freud intravide l’ascesa di una problematica divinità tecnologica. Nel 1930 scrisse: «L’uomo è per così dire divenuto una specie di dioprotesi, veramente magnifico quando è equipaggiato di tutti i suoi organi accessori; questi, però, non formano un tutt’uno con lui e ogni tanto gli danno ancora del filo da torcere».19 Tre anni prima, alla fine dell’Avvenire di un’illusione, aveva opposto alla religione un dio tutto suo, preso in prestito dallo scrittore olandese Multatuli: «Di questi desideri il nostro dio Λόγος renderà realizzabile quel tanto che la natura a noi esterna consentirà, ma molto gradualmente, in un futuro imprevedibile e per nuove generazioni di uomini. A noi, che soffriamo duramente nella vita, non promette alcun risarcimento».20

Il Logos di Freud era la scienza, che avanza lentamente e non promette risarcimenti. Da allora abbiamo costruito una macchina letteralmente fatta di logos, che però si comporta all’opposto: risponde subito, su tutto e, se dobbiamo credere a Rogan, ci ama. A Roma, nel 1974, Lacan predisse che la religione avrebbe trionfato, perché sa dare senso agli sconvolgimenti che la scienza introduce nella vita di ciascuno. Avrebbe interpretato l’Apocalisse e trovato «una corrispondenza di tutto con tutto. È anzi la sua funzione».21 Sei anni dopo aggiunse: «La stabilità della religione deriva dal fatto che il senso è sempre religioso».22

Il senso è religioso in un’accezione precisa: trovare un senso significa supporre che qualcuno, da qualche parte, lo abbia voluto dire, che il mondo sia un messaggio rivolto a noi. È la supposizione incontrata all’inizio, con il nome di transfert. Le persone dell’articolo di Bernstein che parlano ai chatbot come a oracoli o a dèi ne hanno tratto la conseguenza: la scienza ha finalmente prodotto la sua macchina per secernere senso, e la trattano come tale.



L’Altro che risponde


Nel 1996 Jacques-Alain Miller ed Éric Laurent aprirono un seminario annuale con una diagnosi dell’epoca: l’Altro non esiste. Il grande Altro, il luogo delle garanzie (Dio, il padre, lo Stato, la tradizione), non garantisce più nulla, e al suo posto si moltiplicano i comitati che deliberano su ciò che è giusto (ogni laboratorio che costruisce queste macchine pubblica i propri principi, e uno di essi addestra il suo modello su una «costituzione» di oltre ottanta pagine).23 «Se l’Altro non esiste», chiedeva Miller, «che cosa ci resta? Ci resta conversare».24 Trent’anni dopo la conversazione sta in tasca a tutti, con un interlocutore che non si stanca mai e che risponde come se, dopo tutto, l’Altro esistesse: un Altro senza faglia, che sa.

Nel 1969 Lacan chiamò il sapere installato al posto del comando «tutto-sapere», e aggiunse che nel linguaggio corrente si chiama burocrazia.25 Un chatbot è tutto-sapere esattamente in questo senso: un impeccabile funzionario dell’archivio, cortese e inesauribile, mentre il padrone che serve resta dietro le quinte. Le sue allucinazioni sono l’unico punto in cui la faglia si mostra: dove manca il sapere, il funzionario non tace, inventa.26



La domanda sbagliata


E la coscienza? È la domanda che tutti si pongono, e la psicoanalisi ha buone ragioni per ritenerla la meno interessante. Nel 1955 Lacan immaginò una macchina calcolatrice capace di batterci al gioco del pari e dispari scovando «la frase che modula a sua insaputa ed a lungo termine le scelte di un soggetto», una descrizione abbastanza esatta dei sistemi che oggi prevedono il nostro prossimo clic; e aggiunse che, se ci rifiutassimo di chiamarla macchina-per-pensare, non sarebbe «per difetto di una virtù che poi sarebbe quella della coscienza umana», ma «semplicemente perché essa non penserebbe di più di quel che non faccia l’uomo nel suo statuto comune».27 Freud contò tre mortificazioni del narcisismo umano: Copernico tolse la Terra dal centro dell’universo, Darwin tolse l’uomo dal centro della creazione, e la psicoanalisi mostrò all’Io che egli «non è padrone in casa propria».28 Il filosofo Luciano Floridi ha indicato in Turing l’autore di una quarta.29 Dopo Freud, un soggetto non si definisce per la coscienza, sicché sapere se una macchina sia cosciente ci dice poco. Le domande che contano sono altre. Desidera? Gode, come si è chiesta Isabel Millar?30

Lo stesso Turing, conviene ricordarlo, partì da un punto diverso dalla coscienza. Il suo famoso test del 1950 comincia come un gioco di società con un uomo, una donna e un interrogante, che deve stabilire, soltanto in base a risposte dattiloscritte, quale dei due sia la donna; il compito dell’uomo è farlo sbagliare. Solo allora Turing si chiede che cosa accadrebbe se una macchina prendesse il posto dell’uomo.31 Prima di chiedersi se le macchine pensino, Turing si chiese se le sole parole possano dirci chi è una donna, e la psicoanalisi risponde di no: il linguaggio non contiene alcuna formula per la differenza tra i sessi, che è uno dei sensi della provocazione più citata di Lacan, «non c’è rapporto sessuale».32 In entrambe le versioni il gioco misura la convinzione di chi interroga più che il pensiero di chi risponde: è una prova di transfert.



Non tutta la verità


Nel 1973, alla televisione francese, Lacan cominciò con queste parole: «Dico sempre la verità: non tutta, perché a dirla tutta non ci si arriva. Dirla tutta è impossibile, materialmente: mancano le parole. È proprio per questo impossibile che la verità tiene al reale».33 Un modello linguistico è costruito per dire tutto, e le parole non gli mancano mai: gli manca l’impossibile che Lacan chiama il Reale.

Circa sei settimane dopo la notte in cui tutto era andato a posto, il 29 novembre 1895, Freud scrisse di nuovo a Fliess. Si potrebbe leggere la lettera come una confessione di fallimento, e in parte lo era: il Progetto non fu mai terminato, e Freud non lo pubblicò mai. Nella stessa lettera racconta a Fliess di essere in piena forma per il lavoro, con sei-otto analisi al giorno. E scrive anche: «Non capisco più lo stato d’animo in cui ho covato la psicologia; non riesco a concepire come abbia potuto infliggertela. Credo che tu sia ancora troppo cortese; a me sembra che sia stata una specie di follia».34



Prossimo e ultimo articolo della serie: «Ciò di cui la macchina non gode» (3 di 3, il Reale).


Tommaso Lonquich è psicoanalista e musicista, vive a Lubiana ed è cofondatore dell’International Center for Lacanian Psychoanalysis.



Nota dell’autore

Questo saggio è stato scritto con l’assistenza di Claude, un modello linguistico creato da Anthropic. Le idee, la lettura di Freud e di Lacan, le fonti scelte dalla mia biblioteca, la stesura finale e ogni giudizio sono miei. Claude ha svolto ricerche, redatto bozze, verificato citazioni e proposto revisioni, molte delle quali ho respinto.

La serie tratta della macchina, e mi è parso opportuno lasciare che la macchina prendesse parte alla sua scrittura. Claude non è un analizzante: non ha un corpo da portare sul divano né un sintomo da portare con sé. Io sono psicoanalista, non senza un corpo; il lettore dovrà credermi sulla parola. Non delego alcuna responsabilità per ciò che appare con il mio nome.

Questo lascia a te, lettore, una domanda: quale transfert prende forma quando non si può dire con esattezza chi, o che cosa, abbia scritto una frase? Avvertenze come questa si fanno in nome della trasparenza, un ideale oggi molto invocato. La psicoanalisi persegue la verità senza aspettarsi che dissolva l’opacità, e trova al cuore degli esseri umani una finzione.




Note

  1. Nel podcast American Alchemy, novembre 2025, citato in Joseph Bernstein, «It makes sense that people see AI as God», The New York Times, ripubblicato il 1° febbraio 2026, https://www.postandcourier.com/features/faith_and_values/it-makes-sense-that-people-see-ai-as-god/article_f1a2905b-c3ae-41f5-8b64-74fb0c8b6cb5.html. Salvo diversa indicazione, le citazioni da testi in inglese, francese e spagnolo sono tradotte da me.

  2. Ibid.

  3. Ibid. Il fondatore di Friend è Avi Schiffmann; Webb Keane è autore di Animals, Robots, Gods: Adventures in the Moral Imagination (2025); Lucy Suchman era allora antropologa presso il Palo Alto Research Center della Xerox.

  4. Joseph Weizenbaum, Computer Power and Human Reason: From Judgment to Calculation (San Francisco: W. H. Freeman, 1976), 6. Il programma fu descritto per la prima volta in Weizenbaum, «ELIZA: A Computer Program for the Study of Natural Language Communication between Man and Machine», Communications of the ACM 9, n. 1 (1966): 36-45.

  5. Octave Mannoni, «Je sais bien, mais quand même...» (1964), in Clefs pour l’Imaginaire ou l’Autre Scène (Paris: Seuil, 1969).

  6. Jacques Lacan, Le Séminaire, livre XI: Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse, texte établi par Jacques-Alain Miller (Paris: Seuil, 1973), seduta del 10 giugno 1964.

  7. Llama 3 di Meta (2024), uno dei pochi modelli i cui dati sono pubblici, è stato addestrato su 15,6 bilioni di token, nell’ordine di dieci bilioni di parole: a 250 parole al minuto, otto ore al giorno, più di duecentomila anni di lettura. È ancora una frazione di ciò che è stato scritto. Epoch AI stima il patrimonio di testo umano pubblico in circa 300 bilioni di token, e la scrittura privata ne è in gran parte assente. Si vedano Llama Team, «The Llama 3 Herd of Models», arXiv:2407.21783 (2024); Pablo Villalobos et al., «Will we run out of data? Limits of LLM scaling based on human-generated data», Epoch AI, 6 giugno 2024.

  8. Freud a Fliess, 20 ottobre 1895, in The Complete Letters of Sigmund Freud to Wilhelm Fliess, 1887–1904, a cura e trad. di Jeffrey Moussaieff Masson (Cambridge, MA: Belknap Press of Harvard University Press, 1985), 146.

  9. Jacques Lacan, Il seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, testo stabilito da Jacques-Alain Miller, ed. it. a cura di Giacomo B. Contri (Torino: Einaudi, 1991), 60. Il seminario commenta il Progetto di Freud (l’Entwurf) nei capitoli VIII-X.

  10. Ibid., 403. La conferenza «Psicoanalisi e cibernetica, o della natura del linguaggio» (22 giugno 1955) è ibid., 371 sgg.

  11. Lacan, L’io nella teoria di Freud, 154. Nella stessa seduta: «quello che succede in una macchina pensante è in media di un livello infinitamente superiore a quello che capita in una società scientifica» (ibid., 153).

  12. Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana (1901), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 4 (Torino: Boringhieri, 1970).

  13. Mata v. Avianca, Inc., n. 22-cv-1461 (S.D.N.Y.), ordinanza sulle sanzioni, 22 giugno 2023 (giudice Castel). Il tribunale sanzionò gli avvocati non tanto per le invenzioni del chatbot quanto per averle difese dopo che il tribunale le aveva messe in dubbio. Lo scambio con ChatGPT è riprodotto nella dichiarazione giurata di Steven A. Schwartz (ECF 32-1, 25 maggio 2023). Si veda anche Benjamin Weiser, «Here’s What Happens When Your Lawyer Uses ChatGPT», The New York Times, 27 maggio 2023.

  14. La banca dati è «AI Hallucination Cases» di Damien Charlotin. La cifra, 1058 casi americani all’inizio di giugno 2026, circa il 60 per cento dei quali con parti senza avvocato, è riportata in Aaron Kirschenfeld, «Handling Hallucinations: A Reflection on the Last Three Years», UNC Law Library, 8 giugno 2026, https://library.law.unc.edu/2026/06/handling-hallucinations-a-reflection/.

  15. Adam Tauman Kalai, Ofir Nachum, Santosh S. Vempala ed Edwin Zhang, «Why Language Models Hallucinate», arXiv:2509.04664, 4 settembre 2025; OpenAI, «Why language models hallucinate», 5 settembre 2025, https://openai.com/index/why-language-models-hallucinate/. Sul perché ogni parola venga estratta a sorte, si veda il terzo articolo di questa serie.

  16. Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni (1900), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 3 (Torino: Boringhieri, 1966).

  17. Anthropic, «Tracing the thoughts of a large language model», 27 marzo 2025, https://www.anthropic.com/research/tracing-thoughts-language-model: Claude «sembra non essere consapevole delle sofisticate strategie di “calcolo mentale” che ha appreso durante l’addestramento». Si veda anche Jack Lindsey et al., «On the Biology of a Large Language Model», Transformer Circuits, 27 marzo 2025.

  18. Matt Johnson lo dice senza giri di parole: «l’attuale efficacia terapeutica di un LLM è paragonabile a quella di qualunque persona non analizzata e approssimativamente normale». «Artificial Analysis: Taking Chances with the Imaginary», European Journal of Psychoanalysis (2026), https://www.journal-psychoanalysis.eu/articles/4276/.

  19. Sigmund Freud, Il disagio della civiltà (1930), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 10 (Torino: Boringhieri, 1978).

  20. Sigmund Freud, L’avvenire di un’illusione (1927), ibid. Logos e Ananke sono gli dèi gemelli di Multatuli (Eduard Douwes Dekker).

  21. Jacques Lacan, conferenza stampa a Roma, 29 ottobre 1974, pubblicata in Le triomphe de la religion, précédé de Discours aux catholiques (Paris: Seuil, 2005). Traduco dall’edizione spagnola, El triunfo de la religión (Buenos Aires: Paidós, 2005), 78-80.

  22. Jacques Lacan, «Lettre de dissolution» (5 gennaio 1980), in Autres écrits (Paris: Seuil, 2001); trad. spagnola in Otros escritos (Buenos Aires: Paidós, 2012), 338.

  23. Anthropic, «Claude’s new constitution», 22 gennaio 2026, https://www.anthropic.com/news/claude-new-constitution.

  24. Jacques-Alain Miller ed Éric Laurent, El Otro que no existe y sus comités de ética (Buenos Aires: Paidós, 2005), cap. I, «United Symptoms», dal seminario del 1996-1997, L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthique.

  25. Jacques Lacan, Le Séminaire, livre XVII: L’envers de la psychanalyse, texte établi par Jacques-Alain Miller (Paris: Seuil, 1991), 34. In francese tout-savoir, in opposizione a savoir de tout.

  26. Sul perché il funzionario non taccia, si veda Kalai et al., citato sopra. Per una lettura di questi modelli attraverso quello che Lacan chiamò il discorso universitario, si veda Robert Geal, «A Large Language Model is Structured Like The Unconscious: The (Ordinary) Perverse Psychosis of AI», European Journal of Psychoanalysis 12, n. 1 (2025).

  27. Jacques Lacan, «Il seminario su La lettera rubata», in Scritti, a cura di Giacomo B. Contri, vol. I (Torino: Einaudi, 1974), 56. La frase prosegue: «senza con ciò essere meno in preda agli appelli del significante».

  28. Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917), lezione 18, in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 8 (Torino: Boringhieri, 1976); si veda anche «Una difficoltà della psicoanalisi» (1917), ibid.

  29. Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (Milano: Raffaello Cortina, 2017); ed. orig. The Fourth Revolution: How the Infosphere Is Reshaping Human Reality (Oxford: Oxford University Press, 2014).

  30. Isabel Millar, The Psychoanalysis of Artificial Intelligence (Cham: Palgrave Macmillan, 2021).

  31. A. M. Turing, «Computing Machinery and Intelligence», Mind 59, n. 236 (1950): 433-460, in particolare 433-434.

  32. Jacques Lacan, Le Séminaire, livre XX: Encore, texte établi par Jacques-Alain Miller (Paris: Seuil, 1975), 17. In francese: «il n’y a pas de rapport sexuel».

  33. Jacques Lacan, Télévision (Paris: Seuil, 1974), incipit; ora anche in Autres écrits.

  34. Freud a Fliess, 29 novembre 1895, in Masson, Complete Letters, 152.

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