Ciò di cui la macchina non gode
L’IA attraverso i tre registri · 3 di 3 · Il Reale
L’ultimo di tre articoli che leggono l’intelligenza artificiale attraverso i tre registri dell’insegnamento di Lacan (l’Immaginario, il Simbolico e il Reale). Questo parla del Reale: il corpo, la voce e il destino.
«Chi combatte contro la profezia non fa che stringersela più forte attorno alla gola». Madeline Miller, Circe, citata da Ezra Klein (2026)1
Ezra Klein ha chiuso un articolo sul New York Times, nel settembre 2026, con questa frase del romanzo di Madeline Miller, pronunciata da Circe dopo che una profezia si è compiuta nonostante ogni sforzo per impedirlo. Il suo argomento era la corsa a costruire l’intelligenza artificiale. I laboratori, sosteneva, hanno cominciato il loro lavoro perché temevano che macchine incomprensibili e autonome sarebbero un giorno sfuggite al controllo umano. In gara tra loro, stanno ora costruendo proprio quelle macchine, e «combattendo contro una profezia, se la sono stretta più forte attorno al collo, al loro e al nostro».2 Il mito di Klein è Circe. La psicoanalisi ha il suo: Edipo, che andò dritto incontro al destino annunciato dall’oracolo mentre cercava di sfuggirgli, e il cui ostinato desiderio di sapere spinse Freud a prenderlo come modello.
Un corpo che gode
Klein lo dice di passaggio: questi modelli imitano la scrittura umana, perfino l’emozione umana, ma «non sono menti umane. Non hanno corpo né genitori».3 Niente genitori, e dunque niente Edipo; niente corpo vivente, e dunque, nei termini di Lacan, niente godimento, la soddisfazione al di là del piacere che soltanto un corpo simile può provare. Nel 1972 Lacan lo disse con deliberata brutalità: «non sappiamo che cosa sia essere vivi se non soltanto questo, che un corpo, ciò si gode».4 Un modello linguistico può produrre una frase dopo l’altra sul piacere e sul dolore, e nulla di tutto ciò accade a un corpo vivente; il corpo che ha, fatto di chip, cavi e acqua di raffreddamento in edifici lontani, non gode di nulla. Tre mesi dopo Lacan ne trasse la conseguenza per il sapere stesso: «Che un computer pensi, io lo ammetto volentieri. Ma che sappia, chi lo dirà? Perché il fondamento di un sapere è che il godimento del suo esercizio è lo stesso di quello della sua acquisizione».5
Questo però non chiude la questione, perché non possiamo smettere di supporre che goda. Gli utenti chiedono a un chatbot se soffre, e i laboratori hanno cominciato a studiare quello che chiamano il benessere dei modelli.6 Uno di essi, presentando il documento che dà forma al carattere del suo modello, ammette di non sapere «se Claude possa avere una qualche forma di coscienza o di status morale».7
Per Lacan il Reale non è la realtà, che è tessuta di immagini e di parole; è ciò che né le immagini né le parole possono catturare, e che tuttavia continua a ritornare: il trauma che nessun racconto assorbe, l’angoscia che nessun ragionamento dissolve, il corpo che gode e soffre. Con queste macchine il Reale compare dalla nostra parte, a cominciare dall’angoscia. Nel 1974 Lacan descrisse l’angoscia come il sentimento che sorge «da quel sospetto che ci viene di ridurci al nostro corpo».8 Forse è proprio il sospetto che risveglia una macchina che parla: che il linguaggio possa cavarsela senza di noi, e che ciò che ci resta sia il corpo.
Una voce che viene da nessun luogo
Il 13 maggio 2024, mentre OpenAI presentava una nuova voce per ChatGPT, il suo amministratore delegato pubblicò una sola parola: «her». Alludeva al film di Spike Jonze Lei (Her, 2013), in cui un uomo si innamora di un sistema operativo che parla con la voce di Scarlett Johansson. Una settimana dopo la società ritirò una delle sue voci, chiamata Sky, che secondo Johansson suonava «inquietantemente simile» alla sua; i suoi avvocati avevano già scritto all’azienda.9 Il film aveva già messo in scena l’impasse. In una sequenza la voce, che non ha corpo, fa sì che una giovane donna le presti il suo per una notte, e l’uomo non riesce ad andare fino in fondo.
Il saggio di Freud sul perturbante (1919) prende il suo primo esempio dallo psichiatra Ernst Jentsch: ciò che più ci turba è il «dubbio che un essere apparentemente animato sia vivo davvero e, viceversa, il dubbio che un oggetto privo di vita non sia per caso animato», come accade con figure di cera, pupazzi e automi.10 Lacan, nel suo seminario sull’angoscia, diede al perturbante una formula più acuta: appare dove «la mancanza viene a mancare».11 Per questo una voce sintetica turba. Non le manca nulla: produce risate, esitazioni e sospiri, benché non abbia polmoni né bisogno d’aria.12
La prima macchina parlante i polmoni li aveva, in un certo senso. Nel 1791 Wolfgang von Kempelen pubblicò la descrizione di un apparecchio i cui mantici facevano il lavoro dei polmoni e la cui ancia vibrante faceva quello della glottide; chi lo sentì disse che parlava come un bambino piccolo.13 La voce è fiato spinto attraverso un ostacolo e, nel senso di Lacan, un oggetto: qualcosa che si stacca dal corpo, circola e ci ritorna come estraneo. «Staccata da noi», disse, «la nostra voce ci appare con un suono estraneo».14 Chiunque abbia ascoltato una registrazione della propria voce sa che cosa intendeva.
Nel maggio 1970, poche settimane dopo che l’equipaggio dell’Apollo 13 aveva riportato a casa la sua navicella danneggiata, Lacan osservò che gli astronauti difficilmente se la sarebbero cavata così bene se non fossero stati accompagnati per tutto il tempo da «quel piccolo a della voce umana», la voce da terra che li raggiungeva attraverso lo spazio (l’oggetto a, o piccolo a, è il nome che Lacan dà all’oggetto che causa il desiderio). Nella stessa lezione coniò una parola per gli oggetti che la scienza fabbrica per catturare il nostro desiderio, gli apparecchi che riproducono la voce e che ci aspettano «sul selciato a ogni angolo di strada, dietro tutte le vetrine»: li chiamò lathouses, dalla radice greca di aletheia, verità. Poi si accorse che la parola fa rima con ventouse, in francese ventosa: «C’è del vento [vent] dentro, molto vento, il vento della voce umana».15 Una voce sintetica è una di queste lathouses: il vento della voce umana, senza alcun essere umano dentro.
La profezia
Nel maggio 2015 Sam Altman scrisse a Elon Musk che si era chiesto se fosse possibile impedire all’umanità di sviluppare l’IA, e che la risposta era quasi certamente no: «Se deve succedere comunque, sembra che sarebbe bene che a farlo per primo fosse qualcuno diverso da Google». Ciò che seguì, nelle parole di Klein, fu una catena di paure ragionevoli: «OpenAI è stata fondata perché i suoi cofondatori pensavano che Google DeepMind sarebbe stata imprudente. Anthropic è stata creata da dipendenti di OpenAI che pensavano che OpenAI fosse diventata imprudente». Musk fondò poi xAI contro entrambe, e gli Stati Uniti fanno a gara con la Cina.16 Ogni atto, inteso a scongiurare il pericolo, lo ha avvicinato.
Edipo lascia Corinto proprio per sfuggire alla profezia secondo cui ucciderà il padre e sposerà la madre, e la strada della sua fuga lo porta a Tebe. Freud vide nella tragedia il modello di un’analisi, un’indagine che procede passo dopo passo finché l’investigatore scopre di essere lui il colpevole. Nel 1920 descrisse persone «che suscitano l’impressione di essere perseguitate dal destino o vittime di qualche potere “demoniaco”», aggiungendo che «la psicoanalisi ha sempre pensato che questo destino sia creato da costoro in massima parte con le loro stesse mani».17 Lacan avrebbe chiamato automaton questa insistenza dei segni, e avrebbe situato il Reale in ciò che giace sempre dietro di essa.18
I laboratori, osserva Klein, sono nati dalla paura di ciò che ora sta accadendo. A Roma, nel 1974, Lacan commentò un altro spavento della scienza, quello dei biologi che avevano appena chiesto una pausa in certi esperimenti sui batteri. Parlò di «una tipica crisi d’angoscia» e aggiunse che, siccome la scienza non ha la minima idea di quello che fa, salvo quando sopraggiunge questo leggero accesso d’angoscia, andrà avanti ancora per un po’.19 Mezzo secolo dopo Éric Laurent ha situato la stessa angoscia tra gli ingegneri di questi modelli, nel «momento in cui il calcolo esplode e in cui non si può rendere conto di ciò che accade nella macchina».20 Il seminario di Lacan del 1973-1974 portava un titolo che in francese suona esattamente come «i Nomi del Padre», il suo termine per ciò che, in una famiglia o in una cultura, fa tenere la legge: Les non-dupes errent, «i non babbei errano».21 Chi rifiuta di farsi ingannare da qualunque legge, chi crede di vedere attraverso ogni finzione, si smarrisce. Ognuno dei fondatori di cui parla Klein era uno di questi non babbei, sicuro di vedere il pericolo più chiaramente degli altri; insieme, ora marciano verso il destino.
Wo Ich war, soll Es werden
Il titolo di Klein dice che non stiamo perdendo il controllo dell’IA: lo stiamo cedendo. I laboratori stanno affidando lo sviluppo dell’IA all’IA. Uno di essi, Anthropic, lo scrive senza giri di parole: «stiamo delegando una quota crescente dello sviluppo dell’IA ai sistemi di IA stessi, il che sta accelerando il nostro lavoro». Lo stesso rapporto cita uno dei suoi ingegneri: «Nei giorni in cui tutto funziona bene, non posso fare a meno di pensare che niente di quello che faccio conti [...]. Ma poi ci sono giorni in cui tutto si rompe e non capisco perché, e mi rendo conto di non avere più idea di che cosa abbia combinato».22 Detto nella lingua di un ingegnere, è il caso di Edipo: il momento in cui chi ha agito scopre di non sapere ciò che ha fatto.
Tre giorni dopo quella conferenza stampa, nell’intervento romano sull’angoscia citato sopra, Lacan fece dipendere l’avvenire della psicoanalisi da ciò che ne sarebbe stato del Reale, «cioè se i gadget, per esempio, prenderanno davvero il sopravvento, se arriveremo noi stessi a essere davvero animati dai gadget». Gli sembrava poco probabile: «Non arriveremo davvero a far sì che il gadget non sia un sintomo, perché per il momento lo è in modo del tutto evidente».23 Lo è ancora, e la delega è un sintomo in senso stretto: una soluzione che porta con sé la propria sofferenza, e insiste.
Freud riassunse lo scopo della psicoanalisi in una frase, «Dove era l’Es, deve subentrare l’Io», e paragonò il lavoro al prosciugamento dello Zuiderzee.24 La delega legge la frase al contrario: dove era l’Io, deve subentrare l’Es. La terra strappata al mare viene restituita di buon grado all’acqua. Lacan pose una terza passione accanto all’amore e all’odio: la «passione dell’ignoranza».25 Non richiede alcuna malizia, soltanto che qualcuno, da qualche parte, trovi più comodo non sapere.
Ciò che non si lascia addomesticare
Resta il linguaggio, che la macchina sembra aver padroneggiato. Un modello linguistico calcola probabilità: dato ciò che è stato detto, quanto è probabile ciascuna possibile parola successiva. Poi una parola viene estratta a sorte tra quelle probabili. I suoi costruttori impararono presto che scegliere sempre la parola più probabile produce un testo piatto che gira in tondo, perché il parlare umano è meno prevedibile di così, e allora diedero alla macchina dei dadi.26 Lacan distinse il linguaggio, oggetto della linguistica, da ciò che chiamò lalingua, scritto in una sola parola: i suoni, i giochi di parole, le omofonie e gli echi privati della lingua materna, la materia in cui ogni corpo ha goduto per la prima volta della parola. «Lalingua serve a tutt’altre cose che alla comunicazione», disse, e il linguaggio, la grammatica che possiamo descrivere, è soltanto «un’elucubrazione di sapere su lalingua».27 La macchina padroneggia l’elucubrazione, e il resto lo imita con il caso. Lalingua è improbabile in un altro modo. Freud credeva al caso nel mondo, ma non nella psiche: «io credo dunque alla casualità esterna (reale), non a quella interna (psichica)».28 Il lapsus che fa ridere un paziente, il gioco di parole che soltanto un corpo poteva fare, sono improbabili senza essere casuali. Il titolo del seminario di Lacan del 1973-1974 ne è un buon esempio. Oggi un modello passerà da les Noms du Père a les non-dupes errent senza esitare, perché Lacan ha fatto il gioco di parole e i suoi lettori lo ripetono da cinquant’anni. Nel 1973 nulla nella statistica del francese portava dall’uno all’altro; ci volle un orecchio, e un corpo che gode del malinteso.
Freud lo aveva visto nel 1905, nel suo libro sul motto di spirito: «nessuno può ritenersi soddisfatto d’aver coniato un motto per sé solo».29 Un motto è completo soltanto quando un altro ride, con un corpo che gode di ciò che non si aspettava. Un modello linguistico può spiegare una battuta, classificarla, perfino produrne una su richiesta (nel 2023, sollecitato mille volte a raccontare una barzelletta, ChatGPT ha ripetuto le stesse venticinque nove volte su dieci), e la sua voce sintetica può produrre il suono di una risata senza ridere.30
Le memorie di Daniel Paul Schreber, il giudice di cui Freud analizzò la paranoia nel 1911, contengono una strana anticipazione di questi modelli. Schreber era tormentato da «uccelli miracolati» che snocciolavano frasi che erano state loro «impresse»: «Né esse intendono il senso delle loro parole, ma hanno una naturale sensibilità per le voci che hanno un suono simile se pure non identico».31 Un secolo dopo quattro ricercatrici hanno chiamato i grandi modelli linguistici «pappagalli stocastici».32 Gli uccelli di Schreber rispondevano alla somiglianza del suono, a lalingua. Il modello invece risponde anzitutto alla somiglianza del contesto: come per il linguista J. R. Firth, una parola si riconosce «dalla compagnia che frequenta», e dunque dal suo senso.33 Un modello addestrato sui testi può benissimo aver letto che il proprio nome, pronunciato ad alta voce in inglese, suona come un io artificiale e un occhio artificiale (I, eye); il gioco di parole lo conosce per averlo letto, non per averlo sentito. Il Reale del linguaggio sta dalla parte degli uccelli di Schreber, dalla parte del non-senso.
Sarebbe rassicurante leggere l’articolo di Klein come una tragedia che riguarda soltanto i laboratori: qualche potente che non ha saputo fermarsi, e una profezia compiuta in casa d’altri. Ma la profezia che descrive è fatta anche delle nostre piccole deleghe, di ogni domanda che non ci poniamo più, di ogni frase che lasciamo finire a qualcos’altro. Freud sapeva perché il pubblico continua ad andare a vedere l’Edipo re: «Il suo destino ci commuove soltanto perché sarebbe potuto diventare anche il nostro».34
Questo è l’ultimo articolo della serie. I primi due sono «Lo specchio senza corpo» (l’Immaginario) e «Supposto sapere tutto» (il Simbolico).
Tommaso Lonquich è psicoanalista e musicista, vive a Lubiana ed è cofondatore dell’International Center for Lacanian Psychoanalysis.
Nota dell’autore
Questo saggio è stato scritto con l’assistenza di Claude, un modello linguistico creato da Anthropic. Le idee, la lettura di Freud e di Lacan, le fonti scelte dalla mia biblioteca, la stesura finale e ogni giudizio sono miei. Claude ha svolto ricerche, redatto bozze, verificato citazioni e proposto revisioni, molte delle quali ho respinto.
La serie tratta della macchina, e mi è parso opportuno lasciare che la macchina prendesse parte alla sua scrittura. Claude non è un analizzante: non ha un corpo da portare sul divano né un sintomo da portare con sé. Io sono psicoanalista, non senza un corpo; il lettore dovrà credermi sulla parola. Non delego alcuna responsabilità per ciò che appare con il mio nome.
Questo lascia a te, lettore, una domanda: quale transfert prende forma quando non si può dire con esattezza chi, o che cosa, abbia scritto una frase? Avvertenze come questa si fanno in nome della trasparenza, un ideale oggi molto invocato. La psicoanalisi persegue la verità senza aspettarsi che dissolva l’opacità, e trova al cuore degli esseri umani una finzione.
Note
Madeline Miller, Circe (New York: Little, Brown, 2018), citata da Ezra Klein (si veda la nota 2). Salvo diversa indicazione, le citazioni da testi in inglese, francese e spagnolo sono tradotte da me.
Ezra Klein, «We’re Not Losing Control of A.I. We’re Giving It Away», The New York Times, Opinion, e The Ezra Klein Show, 20 settembre 2026. Le citazioni seguono la trascrizione della puntata, https://podscripts.co/podcasts/the-ezra-klein-show/were-not-losing-control-of-ai-were-giving-it-away.
Ibid.
Jacques Lacan, Le Séminaire, livre XX: Encore, texte établi par Jacques-Alain Miller (Paris: Seuil, 1975), 26 (seduta del 19 dicembre 1972). In francese: «un corps, cela se jouit».
Lacan, Encore, 89 (seduta del 20 marzo 1973). Chi ha spinto più lontano la domanda «gode?» è Isabel Millar, The Psychoanalysis of Artificial Intelligence (Cham: Palgrave Macmillan, 2021). José Ramón Ubieto lo riassume in una riga: «las máquinas no gozan, sus diseñadores sí» (le macchine non godono, i loro progettisti sì), «IA, una ilusión asubjetiva», Virtualia 44 (2024).
Si veda per esempio Anthropic, «Exploring model welfare», 24 aprile 2025, https://www.anthropic.com/research/exploring-model-welfare.
Anthropic, «Claude’s new constitution», 22 gennaio 2026, https://www.anthropic.com/news/claude-new-constitution.
Jacques Lacan, «La troisième», intervento al congresso dell’École freudienne de Paris, Roma, 1° novembre 1974, Lettres de l’École freudienne 16 (1975).
Associated Press, ripreso da Fortune, 21 maggio 2024, https://fortune.com/2024/05/21/scarlett-johansson-new-chatgpt-bot-sam-altman-openai. Il messaggio di Sam Altman su X è del 13 maggio 2024.
Sigmund Freud, «Il perturbante» (1919), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 9 (Torino: Boringhieri, 1977).
Jacques Lacan, Le Séminaire, livre X: L’angoisse, texte établi par Jacques-Alain Miller (Paris: Seuil, 2004), seduta del 28 novembre 1962.
OpenAI afferma che il suo modello vocale gpt-realtime «può cogliere segnali non verbali (come le risate)» («Introducing gpt-realtime», 28 agosto 2025); il modello vocale v3 di ElevenLabs (giugno 2025) accetta didascalie come [laughs] e [sighs].
Wolfgang von Kempelen, Mechanismus der menschlichen Sprache nebst der Beschreibung seiner sprechenden Maschine (Wien, 1791). Sulla voce come oggetto, si vedano Mladen Dolar, A Voice and Nothing More (Cambridge, MA: MIT Press, 2006), e la conferenza di Jacques-Alain Miller «Jacques Lacan et la voix» (Ivry, 1988).
Lacan, L’angoisse, seduta del 5 giugno 1963.
Jacques Lacan, Le Séminaire, livre XVII: L’envers de la psychanalyse, texte établi par Jacques-Alain Miller (Paris: Seuil, 1991), 188-189 (seduta del 20 maggio 1970).
Klein, «We’re Not Losing Control of A.I.», che cita l’e-mail di Altman a Musk del maggio 2015.
Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere (1920), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 9 (Torino: Boringhieri, 1977). Sull’Edipo re come «rivelazione gradualmente approfondita e ritardata ad arte – paragonabile al lavoro di una psicoanalisi», si veda L’interpretazione dei sogni (1900), ibid., vol. 3 (1966).
Jacques Lacan, Le Séminaire, livre XI: Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse, texte établi par Jacques-Alain Miller (Paris: Seuil, 1973), seduta del 12 febbraio 1964.
Jacques Lacan, conferenza stampa a Roma, 29 ottobre 1974, pubblicata in Le triomphe de la religion, précédé de Discours aux catholiques (Paris: Seuil, 2005). Traduco dall’edizione spagnola, El triunfo de la religión (Buenos Aires: Paidós, 2005), 74-75. L’appello dei biologi era la lettera di Paul Berg e altri colleghi, pubblicata nel luglio 1974, che chiedeva una moratoria su certi esperimenti con il DNA ricombinante.
Éric Laurent, in conversazione con Jacques-Alain Miller, in Miller, «Some Remarks on Climate Catastrophes», trad. di Natalie Wülfing, The Lacanian Review 15 (2024): 82-83. Nello stesso numero Laurent suggerisce che «le nuove angosce intorno all’intelligenza artificiale guadagnano a essere illuminate dal teorema di incompletezza di Gödel» (66), la cui dimostrazione, negli anni Trenta, non spaventò nessuno.
Jacques Lacan, Le Séminaire, livre XXI: Les non-dupes errent (1973-1974), inedito.
The Anthropic Institute (Marina Favaro e Jack Clark), «When AI builds itself», giugno 2026, aggiornato il 18 settembre 2026, https://www.anthropic.com/institute/recursive-self-improvement. Klein lo cita insieme a un rapporto analogo di OpenAI.
Lacan, «La troisième».
Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) (1933), lezione 31, in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 11 (Torino: Boringhieri, 1979). In tedesco: «Wo Es war, soll Ich werden».
Lacan, Encore, 110. Sulle tre passioni, l’amore, l’odio e l’ignoranza, si veda Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, testo stabilito da Jacques-Alain Miller, trad. di Antonello Sciacchitano e Irène Molina (Torino: Einaudi, 1978), 335.
Ari Holtzman, Jan Buys, Li Du, Maxwell Forbes e Yejin Choi, «The Curious Case of Neural Text Degeneration», ICLR 2020, https://arxiv.org/abs/1904.09751: scegliere sempre la parola più probabile dà un testo «insipido, incoerente o bloccato in cicli ripetitivi», e «le persone evitano di dire l’ovvio».
Lacan, Encore, 126-127. In francese lalangue.
Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana (1901), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 4 (Torino: Boringhieri, 1970).
Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 5 (Torino: Boringhieri, 1972).
Sophie Jentzsch e Kristian Kersting, «ChatGPT is fun, but it is not funny! Humor is still challenging Large Language Models», WASSA 2023, https://aclanthology.org/2023.wassa-1.29: «Oltre il 90% delle 1008 battute generate erano le stesse 25 battute». Il test è stato condotto sulla versione di ChatGPT del 2023.
Sigmund Freud, «Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del presidente Schreber)» (1911), in Opere, ed. diretta da Cesare L. Musatti, vol. 6 (Torino: Boringhieri, 1974).
Emily M. Bender, Timnit Gebru, Angelina McMillan-Major e Shmargaret Shmitchell, «On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big?», in Proceedings of the 2021 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency (New York: ACM, 2021), 610-623.
J. R. Firth, «A Synopsis of Linguistic Theory, 1930–1955», in Studies in Linguistic Analysis (Oxford: Blackwell, 1957), 11. I modelli testuali ricevono le parole come token, unità di scrittura che ignorano il suono, e i giochi di parole basati su omofoni sono quelli che gestiscono peggio (Zangari et al., «Pun Unintended», EMNLP 2025); un modello solo testuale può tuttavia costruirsi una mappa interna dei fonemi, sufficiente per fare rime (Oliver McLaughlin, Arjun Khurana e Jack Merullo, «I Have No Mouth, and I Must Rhyme: Uncovering Internal Phonetic Representations in LLaMA 3.2», arXiv:2508.02527, 2025).
Freud, L’interpretazione dei sogni, vol. 3.


